Con la sentenza n. 12225 del 1 maggio 2026, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno risolto un profondo contrasto giurisprudenziale nella disciplina del Canone Unico Patrimoniale (CUP), riconoscendone la natura tributaria.
La qualificazione giuridica del CUP costituisce, infatti, uno dei temi più dibattuti da tempo, anche in ragione delle significative conseguenze applicative che derivano dalla distinzione tra tributi ed entrate patrimoniali, assoggettati a regimi profondamente diversi, soprattutto sul piano costituzionale.
Sebbene la definizione di “patrimoniale” adottata dal legislatore nella legge istitutiva n. 160 del 2019, possa indurre a ritenere il CUP un corrispettivo di natura non tributaria, la Suprema Corte ha ribadito che il nomen iuris non assume carattere decisivo. Ciò che rileva, infatti, è la concreta struttura del prelievo.
Secondo la Cassazione, il CUP presenta tutti gli elementi tipici del tributo individuati dalla Corte costituzionale: si tratta di una prestazione coattiva e doverosa imposta per legge, priva di un reale rapporto sinallagmatico o di una contrattazione privatistica, ed è strutturalmente destinata a finanziare la spesa pubblica.
Da tale qualificazione deriva, sul piano processuale, l’attribuzione delle relative controversie alla giurisdizione del giudice tributario, con conseguente superamento del precedente orientamento che riconduceva tali controversie alla competenza del giudice ordinario.
