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Pillola n.339 del 27 gennaio 2026

Pillola a cura dell'avvocato Angela Bruno

Con la sentenza n. 34221/2025 la Suprema Corte si è pronunciata su un’azione di rivendicazione di partecipazioni sociali, escludendo, tra l’altro, l’applicabilità dell’art. 1148 c.c. ai relativi dividendi.
Secondo la Suprema Corte, gli  utili (o dividendi) da distribuire ai soci rappresentano le eccedenze del patrimonio netto della società rispetto al capitale sociale iniziale. Conseguentemente, non maturano automaticamente, sicché non possono considerarsi come un corrispettivo del godimento di capitali da parte di terzi (art. 820 comma 3° c.c.), anche perché la distribuzione è deliberata dall’assemblea e non esiste un diritto all’ottenimento degli utili, se non di quelli la cui misura sarà stabilita appunto dall’assemblea stessa.
Al contrario, i frutti civili si distaccano dal capitale al momento della loro maturazione, ossia giorno per giorno in ragione della durata del diritto, e dunque presentano il carattere della periodicità e non possono essere concettualmente equiparati ai dividendi ed a tutti quei “premi”, che costituiscono invece un aumento di valore della res conferita, dipendente dal caso.
L’art. 1148 c.c. non può dunque trovare applicazione con riguardo ai dividendi giacché questi non sono conseguenza dell’utilizzo della res, ma rappresentano il portato di un’attività economica di produzione e scambio di beni e servizi e sono conseguiti in tanto in quanto vengano ottenuti utili nell’esercizio dell’attività d’impresa, che poi la società decida di distribuire; ciò dimostra l’assenza per essi del requisito dell’automaticità, funzionale al concetto giuridico di frutti, civili o naturali che siano.

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